Quando i censori son peggiori della (presunta) nazi

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Anche in Italia ha fatto discutere il caso di Eva Herman, la piú famosa anchorwoman del piú importante telegiornale tedesco, licenziata dalla televisione pubblica Ndr per aver espresso non solo un´opinione politica (vietato dal contratto che regola i rapporti dei dipendenti pubblici, vi immaginate quanti disoccupati a Roma e dintorni per qualcosa di simile?…), ma addirittura un´opinione “inneggiante” alla politica di Hitler.

Ma quanto hanno effettivamente inneggiato al nazismo le parole della Herman? Grazie a Chico riporto la traduzione della conversazione:

Dobbiamo aiutare le famiglie e non caricarle ulteriormente e dobbiamo creare giustizia tra le famiglie ricche di bambini e quelle che di bambini non ne hanno. E soprattutto dobbiamo imparare a restituire valore alla figura della madre, una figura che purtroppo con il nazionalsocialismo e con il seguente movimento del ‘68 è stata cancellata. Con il ‘68 è stato [cancellato] praticamente tutto, tutti quelli che erano i nostri valori. [Il nazionalsocialismo] è stato un periodo orribile, c’era un politico [Hitler] completamente pazzo e pericolosissimo che ha condotto il popolo tedesco alla perdizione, questo lo sappiamo tutti. [E] in quel periodo [il '68] è stato cancellato anche quello che [del nazionalsocialismo] era buono. E parlo di valori, di bambini, di madri, di famiglie, di coesione familiare.

Sinceramente molto poco per accusare la donna di apologia del nazismo, ma quanto basta comunque perché stampa e commentatori – tedeschi ma non solo – scatenassero un feroce accanimento contro una persona che ha cercato di esprimere in tutta libertá un suo pensiero. Un accanimento non solo aproporzionato (mi sta bene che la Herman sia stata licenziata per aver espresso una posizione politica, non accetto che venga al tempo stesso tacciata di nazismo), ma in grado di scatenare istinti volgari e dementi. I movimenti di estrema destra in Germania (ma pure in altre reatá dell´Europa centro-orientale) proliferano e si presentano sempre piú come un reale problema per la nostra societá, ma l´eco di simili dibattiti non aiutano a mettere il silenziatore al razzismo e al nazifascismo.

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Anzi, ringalluzziscono teste vuote come quelle dei neonazisti altoatesini che se ne sono andati in pellegrinaggio a Dachau, e non certo per pregare e meditare di fronte alle testimonianze dello sterminio degli ebrei.

In tema di libertá di espressione mi é tornato in mente il caso dello studioso revisionista David Irving, e soprattutto il commento espresso su Reporters da un amico che di sicuro non é nostalgico del nazismo o del fascismo.

Facciamo attenzione, signori miei, a quando interpretiamo male le parole – o, peggio, le stravolgiamo volutamente a proprio interesse – altrimenti da censori ci trasformiamo noi stessi in tremendi Kapó.

Update del 14 ottobre. Chico torna sull´argomento e cerca di riordinare le idee sulla vicenda.

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3 Risposte a “Quando i censori son peggiori della (presunta) nazi”

  1. Carlo Felice Dalla Pasqua Dice:

    Mi hai praticamente rubato le parole
    (e grazie per la citazione di quel post su Reporters: me lo sono riletto e devo dire che continuo a condividerlo)

    Ciao,
    Carlo Felice

  2. Giovanni Boggero Dice:

    In piena sintonia. Come al solito i giornali scrivono quello che vogliono… Sta settimana è la volta della Von der Leyen che vuole “un mondo di spie” …Vabbè.

    A presto
    g.

  3. Luigi Dice:

    Sono d’accordo con te che non si possa accusare la Herman di essere nazista, ma la sua frase sulla famiglia è davvero un gravissimo errore storico, politico e ideologico. Dire che “è stato cancellato anche quello che [del nazionalsocialismo] era buono. E parlo di valori, di bambini, di madri, di famiglie, di coesione familiare.” vuol dire ignorare due cose fondamentali: 1) se si parla di semplice coesione familiare, non c’è bisogno di scomodare il nazismo. Anche nel medioevo c’era più coesione familiare di oggi e anche nella repubblica di Weimar; 2) se invece si vuol fare riferimento a qualcosa di più profondo, a valori legati a una concezione del mondo e della società che durante il nazismo imperavano, allora la frase non è più così innocente: non si possono prendere i “valori della famiglia” e isolarli dal contesto ideologico, sociale e politico che li ha creati e rafforzati. Il nazismo, come tutti i regimi totalitari, proponeva un’idea di società omnicomprensiva, in cui la famiglia ricopriva certamente un ruolo fondamentale. La famiglia tedesca, ovviamente. Sono pronto a giurare che le famiglie ebree o rom si trovano molto più a loro agio nella nostra società che nella germania degli anni ‘30 e ‘40.

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