Evitare il termine suicidio nei titoli, meglio parlare di morte e solo nel corpo del testo spiegare come sia avvenuta tale morte; meglio dire che una persona “ha commesso suicidio” piuttosto che “è una persona suicida”; meglio evitare i termini “riuscito” o “fallito” riferendosi al suicidio”.
Sono soltanto alcuni dei consigli che emergono dal documento “Reporting on suicide: recommandations for the media” diffuso dal Center for disease control and prevention degli Stati Uniti in collaborazione con l’Oms, e rivolto ai giornalisti per collaborare nella prevenzione del suicidio adolescenziale.
Il tema del suicidio ha sempre suscitato discussione, vuoi per motivi religiosi (per la Chiesa la vita é un dono di Dio, e in quanto tale non puó essere messo in discussione), per motivi sociali (spirito di imitazione), vuoi anche per motivi politici (durante il regime fascista era vietato diffondere notizie di suicidi).
Il documento in questione contiene anche alcuni concetti che “è bene che i giornalisti sappiano”, come: drammatizzare le storie di dolore dei sopravvissuti e il segno traumatico lasciato nel contesto delle persone care ha un effetto suicidogeno. Far parlare direttamente gli adolescenti sui media rispetto ai loro tentativi di suicidio è un elemento che incentiva i processi di identificazione; il suicidio è un fenomeno plurideterminato: non è possibile spiegarlo facendo riferimenti a eventi causali quali la discriminazione, i problemi economici e lavorativi, la condizione sociale.
Ben vengano simili iniziative quali rafforzativi della deontologia professionale degli operatori dell´informazione. Il problema secondo me resta invece quello di farla rispettare da parte della categoria dei giornalisti. E su questo ultimo passo purtroppo sono molto pessimista.

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