A cinque anni dalla scomparsa di Indro Montanelli voglio raccontarvi un ricordo che ho sempre tenuto nascosto nel mio cuore, e rivelato a pochissime persone.
Nell´ottobre del 1993 avevo appena vent´anni, una gran voglia di spaccare il mondo e un´irresistibile venerazione per Montanelli. Scrissi al giornalista una lettera di ammirazione, senza pretese di raccomandazioni o favori, ma con una semplice richiesta: quella di poter stringere la mano a quello che per me era, e rimane, un gran galantuomo.
Dopo tre settimane squilla il telefono di casa: “Qui é il Giornale. Sandro Grosso? Le passo il direttore”, mi annunció al telefono quella che poi scoprii essere Iside Frigerio, la fidata segretaria di Montanelli. Mi cedettero le gambe dall´emozione quando sentii rimbombare dalla cornetta: “Senti bischero, secondo me sei un po´matto per scrivere ad un vecchio come me, ma siccome a me i matti stanno simpatici ti offro cinque minuti del mio tempo per venirmi a salutare”.
Montanelli mi ripassó la signora Iside per concordare l´appuntamento, e dopo una settimana mi ritrovai a Milano. Alle 11 entrai nello studio del direttore del Giornale, mentre nella vicina sala riunioni si accomodavano i capiredattori e gli inviati per la consueta riunione di redazione.
Parlammo della generale situazione politica: Tangentopoli imperversava e all´orizzonte scalpitava Mario Segni e tutto il movimento referendario, che nel Giornale di Montanelli trovava spazio ed energia quotidiane. Ma Montanelli raggeló la mia esuberanza: “Caro Sandro, tra qualche mese assisteremo tutti ad una grande rivoluzione che manderá in malora l´Italia e tutti noi che crediamo nei veri valori della liberaldemocrazia. Mi dispiace per te che sei giovane, perché ti troverai a combattere una situazione molto grave”. Tutto questo in cinque minuti secchi, e mentre gli consegnavo un´antica stampa riproducente il castello di Roncade (Treviso), simbolo del mio paese natale, mi affidó ad un giovane segretario di redazione per visitare la sede del giornale “ma in fretta e senza far rumore, perché qui si lavora”, si raccomandó salutandomi con fare paterno.
Soltanto qualche tempo dopo mi tornarono in mente le parole del grande giornalista, quando l´imprenditore Silvio Berlusconi uscí allo scoperto con Forza Italia e Montanelli uscí dal palazzo di via Negri a Milano per abbandonare il suo Giornale.
Il mio incontro con Montanelli accadde in piena rivoluzione, con le riunioni del sabato pomeriggio ad Arcore organizzate per imbastire il partito azienda e le continue pressioni di Berlusconi verso Montanelli per mettre il Giornale e la redazione alla mercé delle sua aspirazioni elettorali.
Nonostante ció ebbe il tempo da dedicare ad un ragazzino di provincia.
Un vero signore Indro Montanelli, e ancora oggi lo scrivo con un filo di commozione.

Update: su Montanelli ho pure aggiunto un “appunto” sulle mie scatoffie.

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