Quello che in Italia non si dice…

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Sul caso di Nicola Di Girolamo, della truffa elettorale che lo ha portato all´elezione al Senato, e del contorno di riciclaggio e corruzione, si è letto e ascoltato tanto.

Mi sembra invece che poco sia stato narrato sul suo trampolino di lancio organizzato proprio qui in Germania, tra Francoforte e Stoccarda. Qui un servizio del quotidiano tedesco die Tageszeitung (tranquilli, eccovi la sua traduzione in italiano).

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Lo squallore di quegli anni

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Non sto a immischiarmi nella diatriba Craxi sì – Craxi no: non sono in grado di offrire un´analisi lucida, soprattutto per ragioni anagrafiche che mi hanno fatto vivere quegli anni a diciott´anni o poco più.

Ma in questo post rilascio un piccolo indizio di come la politica e i politicanti hanno vissuto quegli anni. Si tratta di una relazione sulla gestione dell’Avanti! da parte di Roberto Villetti (parlamentare dello Sdi sino alla scorsa legislatura) il quale diresse il quotidiano socialista dal 1989 al 1992.

È poca cosa rispetto ai veri affari della degenerazione della politica, ma rende bene l´idea dello squallore di quel sistema.

Grazie a Filippo Facci.

Altro

Ma oggi destra significa cambiamento

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C’ è un significativo “non detto” dietro la polemica esplosa in Francia sul nuovo inno dei giovani dell’Ump, il partito di centrodestra al governo a Parigi. Al di là infatti della questione sui diritti che dovevano essere pagati alla cantante Marie-Mai e anche della necessaria autorizzazione, quello che è politicamente rilevante è il testo della canzone fatta propria dall’omologo francese della nostra Giovane Italia: «Tous ceux qui veulent changer le monde». Da qualche settimana la melodia è diventata il nuovo inno dei giovani dell’Ump, con tanto di video musicale, al quale hanno partecipato ministri, eudodeputati e lo stesso portavoce del partito, Fréderic Lefebvre. E lo stesso video si intitola “Cambiare il mondo”, altro che conservatorismo! E che questo sia lo stato d’animo di tutte le nuove destre maggioritarie in Europa lo dimostra anche lo slogan con cui l’altro giorno Davide Cameron, il leader del centrodestra britannico, ha avviato la campagna elettorale per le prossime elezioni politiche: «Year for Change» (“L’anno del cambiamento”).
Solo qui in Italia c’è ancora qualcuno, come Marcello Veneziani, che vorrebbe marginalizzare la destra a un ruolo di presidio identitario e che critica come un «viaggio per il paese che non c’è» la strategia europea per il cambiamento. Fortunatamente, è una “resistenza” destinata a soccombere. I fatti stessi impongono il cambiamento. Lo ha spiegato bene Enrico Vanzina l’altro giorno sul
Messaggero: «Nel 1970 – scrive – ero all’università, insieme a me studiavano, in altre facoltà, Paolo Mieli, Giuliano Ferrara, Paolo Liguori, tutti della sinistra extraparlamentare. Oggi sono miei amici e posso confessare che avrei detto “bum” immaginandoli, allora, alla testa della futura informazione borghese. Invece, oggi, stanno tutti lì, con imprevisto ma assoluto merito». E infine: «Avrei certamente detto “bum” anche a chi mi avrebbe detto che il futuro segretario dell’ex Msi sarebbe diventato gollista». Eppure è accaduto. La lezione? Nessuno può fermare il cambiamento.
C’ è un significativo “non detto” dietro la polemica esplosa in Francia sul nuovo inno dei giovani dell’Ump, il partito di centrodestra al governo a Parigi. Al di là infatti della questione sui diritti che dovevano essere pagati alla cantante Marie-Mai e anche della necessaria autorizzazione, quello che è politicamente rilevante è il testo della canzone fatta propria dall’omologo francese della nostra Giovane Italia: «Tous ceux qui veulent changer le monde». Da qualche settimana la melodia è diventata il nuovo inno dei giovani dell’Ump, con tanto di video musicale, al quale hanno partecipato ministri, eudodeputati e lo stesso portavoce del partito, Fréderic Lefebvre. E lo stesso video si intitola “Cambiare il mondo”, altro che conservatorismo! E che questo sia lo stato d’animo di tutte le nuove destre maggioritarie in Europa lo dimostra anche lo slogan con cui l’altro giorno Davide Cameron, il leader del centrodestra britannico, ha avviato la campagna elettorale per le prossime elezioni politiche: «Year for Change» (“L’anno del cambiamento”).
Solo qui in Italia c’è ancora qualcuno, come Marcello Veneziani, che vorrebbe marginalizzare la destra a un ruolo di presidio identitario e che critica come un «viaggio per il paese che non c’è» la strategia europea per il cambiamento. Fortunatamente, è una “resistenza” destinata a soccombere. I fatti stessi impongono il cambiamento. Lo ha spiegato bene Enrico Vanzina l’altro giorno sul
Messaggero: «Nel 1970 – scrive – ero all’università, insieme a me studiavano, in altre facoltà, Paolo Mieli, Giuliano Ferrara, Paolo Liguori, tutti della sinistra extraparlamentare. Oggi sono miei amici e posso confessare che avrei detto “bum” immaginandoli, allora, alla testa della futura informazione borghese. Invece, oggi, stanno tutti lì, con imprevisto ma assoluto merito». E infine: «Avrei certamente detto “bum” anche a chi mi avrebbe detto che il futuro segretario dell’ex Msi sarebbe diventato gollista». Eppure è accaduto. La lezione? Nessuno può fermare il cambiamento.

Luciano Lanna – Secolo d´Italia – 5 gennaio 2010

No no no

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Qui non si sciopera, perché non è grazie a questo spazio che ci si guadagna la pagnotta. Non si sta neppure zitti, perché “chi tace acconsente”, e se qualcuno ha dei buoni motivi per protestare contro qualcosa o qualcuno deve alzare la voce ancor di piú. Altro che silenzio.

Certezza della pena: ed è di nuovo Carosello

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Le aziende e i professionisti della comunicazione vivono di spot e slogan. Lo fanno perché questo è il loro mestiere, e i rispettivi guadagni derivano da pubblicitá, marketing e pubbliche relazioni.

silvio_figa

Gli italiani al tempo stesso vivono di frasi ad effetto, slogan buoni a stimolare aspettative sociali e politiche; con titoli spesso fanfaroni, ma in grado di solleticare il proprio modo di pensare, o il modo di vedere le cose come girare per il mondo.

ricchi_piangano

Non è soltanto una questione di propaganda elettorale o comunicazione politica, entrambi rientranti nel normale gioco dialettico e della sfida tra partiti e schieramenti (piccola divagazione, opto per per figa per tutti piuttosto per anche i ricchi piangano, questo è poco ma sicuro). Qui l´argomento è piú sottile, si mescola tra realtá e fanatismo, tra effettiva aspettativa della popolazione e spettacolarizzazione dell´evento, tra informazione e agit-prop.

Ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le stagioni. Le piú dirompenti sono rappresentate dalle cosiddette “emergenze”: emergenza rifiuti, emergenza criminalitá, emergenza abitativa. Non c´è unitá di crisi, ministero o protezione civile in grado di spegnere quelle che nascono come veri e propri focolai, molte volte in grado di intrecciarsi tra loro. L´emergenza dei rifiuti spesso puó alimentare la criminalitá organizzata, che a sua volta viene sbandierata ai quattro venti come “un´emergenza” (per essere considerata tale un´emergenza dovrebbe essere limitata nel tempo, ma da quanti anni sentiamo parlare di criminalitá? Vabbé… ). A sua volta l´emergenza criminalitá puó andare a braccetto con quella dell´immigrazione e, perché no, quest´ultima puó a sua volta alimentare un´emergenza abitativa, e via discorrendo.

I piú avveduti offrono in pasto agli italiani le cosiddette “questioni”. Due su tutte: quella meridionale e quella settentrionale. La prima buona per gli autonomisti di Lombardo e per i nostalgici dei Borboni; la seconda tanto cara a leghisti, autonomisti e nordisti di caria natura e levatura. Da Bolzano a Lampedusa imperversa invece la “questione morale”, sulla quale ormai gli aficionados sono di varia estrazione politica. L´unico distinguo è tra chi è al governo e chi (aspetta il suo turno) all´opposizione. Spesso purtroppo chi siede al posto di comando è tentato e portato alla corruzione. A cose fatte chi se ne sta all´opposizione ovviamente invocherá la “questione morale”, salvo poi dimenticando tutto quando, al successivo turno elettorale, le parti tra maggioranza e minoranza si saranno invertite.

Ora è invece il turno della “certezza della pena”. Tutti la rivendicano, tutti la attendono come il miracolo di San Gennaro, tutti la sputano fuori dalla bocca ad ogni buona occasione: guardando il telegiornale, dal barbiere, al bar con gli amici. Nonostante condoni, leggi ad hoc, ad personam, ad majora, gli italiani oggi invocano esclusivamente queste tre parole: certezza-della-pena. Per caritá, non fraintendetemi ora. Tutto bello, tutto giusto e doveroso, tutto sacrosanto, ma attenzione a non continuare ad abusare di questi termini senza passare al loro effettivo lato pratico, altrimenti l´italiano-medio-consumatore-elettore presto si stuferá anche di questo ennesimo slogan, in attesa di un nuovo intermezzo pubblicitario. Evviva Carosello!

Benvenuti al Park Europa di Strasburgo

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park
Ai tempi della cosiddetta prima Repubblica le segreterie dei partiti, quale buonauscita o facile via di fuga, offrivano ad amministratori e politici in scadenza di mandato seggiole e cariche presso aziende municipalizzate, consorzi, enti pubblici e carrozzoni parastatali.

Ora, se il personaggio da ricompensare ha onorato al meglio il proprio incarico, ma al contempo è divenuto scomodo o “pesante”, non c´è di meglio che metterlo in lista alle Europee, e spedirlo a Strasburgo.

E questo è quello che sta accadendo a Treviso, dove la Lega Nord ha avanzato la proposta – attraverso il senatore Piergiorgio Stiffoni – di offrire un posto al parlamento europeo a Giancarlo Gentilini, le cui note uscite su zingari ed extracomunitari – ma anche su alcuni provvedimenti del governo in materia di fisco e sicurezza – rimbombano troppo al di fuori dei confini locali, mettendo in difficoltá la Lega nell´aggiustarsi il nuovo doppio petto agli occhi degli italiani.

parlamento-europeo

Ora, non entro nel merito del dibattito politico trevigiano: soprattutto non voglio difendere o accusare Gentilini, basta avere una sufficiente cognizione della lingua italiana per giudicare il suo pensiero. Il problema è capire quale alta e nobile considerazione hanno i politici italiani del ruolo del parlamento europeo. Il tutto sembra ricondurre Strasburgo ad un parcheggio, dove far accomodare personaggi non piú in grado di soddisfare i desideri dei partiti. Lasciarli lí, tanto son ben pagati, e di loro la stampa non se ne occupa con assiduitá. La Lega Nord non sembra essere nuova a questa logica, basti pensare che Mario Borghezio e Francesco Speroni son da tempo lí “parcheggiati”, ma pure altri partiti non sembrano essere di meno.

Da qui alla prossima scadenza elettorale ne leggeremo e sentiremo delle belle: il ruolo e l´importanza dell´Unione Europea, i vantaggi per i cittadini, e via discorrendo. Tanti, troppi, ci prenderanno in giro come al solito. Cerchiamo di capire tutti quali sono quelli che andranno in Europa per lavorare, e non per essere parcheggiati in box di lusso.

E ora? Il nulla

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comunicazione_veltroniDella storia recente del centrosinistra italiano apprezzo tre eventi.

A) Lo strumento delle primarie adottato quale formula di democrazia interna alla nomina dei candidati.

B) La nascita del Partito Democratico.

C) L´emarginazione dei cespugli comunisti e massimalisti.

Tutti questi momenti hanno visto come protagonista Walter Veltroni.

Da non elettore e non simpatizzante del centrosinistra assisto con qualche preoccupazione allo sviluppo degli eventi. Perché penso che chi verrá dopo di lui, chiunque esso sia, non saprá fare di meglio.  Perché l´unica persona in gamba in quell´area oggi si chiama Massimo D´Alema, cosí in gamba da non immaginarsi di mettersi alla guida di un partito destinato alla disintegrazione in neo-Ds e neo-Margherita.

A proposito di disintegrazione: purtroppo credo che la stessa fine la fará pure il prossimo Pdl. Vedete voi che botta di ottimismo…

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